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Gioie e dolori


Di Alice Previtali
Foto © Guido Leonardi

Contestualizzando l’analisi della partita almeno il giorno dopo, saremo sicuramente più obiettivi nel valutare ogni aspetto senza farci prendere da esagerati dibattiti fini a sé stessi, con polemiche e malinconie che a nulla servono se non a rimanere collegati un tocco indietro, ad un immaginario passato che per definizione, essendo decorso, non torna. Per quanto io non li abbia vissuti immagino la beltà nel godere di categorie più ambiziose, con giocatori portentosi e vittorie sudate ma tangibili, paragoni che in ogni post-partita, dopo una “non vittoria”, vengono tirati in ballo come oracoli, come punti di arrivo di un calcio ormai utopico, come fastidiosissime migliorie a cui noi giovani (mi ci butto dentro nel gruppo, concedetemelo) non possiamo non solo non arrivare ma nemmeno avvicinarci. Perché i tempi cambiano anche nel calcio.

D’altro canto, c’è chi ci ha fatto credere che un anno addietro avevamo in mano una Ferrari Testarossa cui rombo e protossido d’azoto, iniettato direttamente nel carburante, avrebbero potuto sfracellare il muro del suono e aumentare la respirazione del motore, dimenticando che lo stesso motore funziona solo se le componenti sono in grado di lavorare fianco a fianco senza pestarsi i piedi (e non le persone) e senza considerare la carrozzeria come priorità, quella che al primo impatto fa dire “wow” a chi non vede altro. Quest’anno invece, per poteri investitivi e rilascio graduale di proprietà, ci hanno definito alla tregua di un Pandino, di padre medesimo ma con prerogative ed “estetica” ben limitate rispetto alla sorella supergnocca Testarossa. Eppure…

Eppure, il Pandino 4x4 ha una tenuta invidiabile, un ampio abitacolo che sfida i confini dello spazio, della serie che potrebbero starci sei persone senza trattenere il fiato, in caso di emergenza. Il pandino tiene su asfalto bollente ed è divertente su un terreno innevato. Poca spesa e pezzi di ricambio trovabili ovunque. La Panda è umile, si parcheggia facilmente e se non ha voglia di essere al centro dell’attenzione può permettersi di farlo. Se te la rigano “ma chi se ne frega”… c’è “mio cugino” che tira i bolli. In un giorno, non in quindici di riposo muscolare. La Panda è il ricordo vintage come fosse il Rigoni del Novara che fu, a voi che amanti malinconici del tempi trascorsi (e che tempi eh) piace “rimembrare ancora” come Leopardi con Silvia. Dicono che è già tanto che si salvi, la nostra utilitaria, con l’ingegneria e i car designers di oggi è già spacciata. Dicono che i componenti sono mediocri perché costano poco, perché possono essere sostituibili, perché nessuno è unico e nessuno è invincibile. La verità sul mondo, insomma.

Nessuno vorrebbe essere un pezzo di una Panda visto il destino crudele a cui l’hanno già condannata. Eppure ne abbiamo 26, più lo staff che gira intorno. Devono essere proprio temerari per affrontare i supporter che vorrebbero appoggiare il sedere sulla Ferrari. L’efficienza di una macchina si misura a chilometraggio effettuato, con tagliandi e revisioni, con la tenuta del colore di carrozzeria o le minuterie interne che durano o meno con il passare del tempo. È opportuno andare oltre, tener conto di altri parametri, di cose non misurabili ma significative. Per esempio, dall’impronta lasciata per la strada, l’emozione che abbiamo non tanto nel guidarla ma nel tenerla e nel magone di quando siamo costretti a darla via. Che a giudicare una macchina non deve farlo mai chi la progetta o la disegna ma solo chi la usa o chi ha scelto di amare un’utilitaria anche se, a volte, ti lascia all’asciutto.

Servizio di Alice Previtali
Foto © Guido Leonardi

 


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