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L’intervista ad Alice Cometti


Di Alberto Battimo

Conciliare sport e studio è da sempre un tema molto dibattuto. Un ruolo fondamentale è svolto dalle università, le quali devono ampliare la propria visione e offrire ai ragazzi l’opportunità di studiare, avendo a disposizione spazi dedicati alle attività sportive. Anche il Piemonte Orientale ora ne fa parte, grazie alla preziosa presenza del CUS Piemonte Orientale, guidato dalla presidente Alice Cometti. L’abbiamo raggiunta telefonicamente: ci ha illustrato i dettagli del progetto “Dual Career”, un’iniziativa capace di non porre più lo studente dinanzi a una scelta, ma di permettergli di concentrarsi su entrambi i percorsi a pieno regime.

Il 30 gennaio si è svolto l’incontro intitolato “Sport, Studio e Inclusione”, promosso dall’Università del Piemonte Orientale e dedicato al programma “Dual Career”. Questo progetto è stato pensato per supportare studenti-atleti nel conciliare l’impegno nello sport agonistico e gli studi universitari, un’iniziativa lodevole e necessaria. Cosa vi ha spinto a puntare concretamente su questo progetto? “Come presidente del CUS Piemonte Orientale questo progetto mi coinvolge sotto ogni punto di vista. In Italia sono molte le università che hanno intrapreso questa strada, noi siamo la 30a e siamo orgogliosi di far parte di questa importante rete. Il progetto nasce per rispondere alle esigenze degli atleti, un percorso che avevamo già avviato con i nostri studenti ma che desideravamo ufficializzare formalmente. Il nostro supporto è da sempre rivolto a questo “doppio beneficio", abbiamo un esempio lampante del nostro successo: Federica Isola, bronzo nella scherma alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Quando ha partecipato ai Giochi era una nostra studentessa ed è riuscita a raggiungere tali livelli perché, già anni fa, i nostri docenti la sostenevano nonostante non vi fosse ancora un progetto convenzionale. Il programma “Dual Career” è nato proprio per definire una linea comune e stabilire regole scritte per questo tipo di iniziative. Il Magnifico Rettore, Menico Rizzi, ha sempre creduto nello sport come attività da coltivare in parallelo agli studi e, fin dal suo insediamento, ha voluto promuovere un progetto all’avanguardia. C’è ancora molto da fare, ma siamo entusiasti di creare una sinergia sempre più forte tra l’impegno sportivo e il percorso accademico”.

Quali strumenti mettete a disposizione per garantire agli studenti un pieno benessere fisico e mentale? “Nello specifico, siamo partiti con due tipologie di progettazione. Nel concreto, l’università ha messo a disposizione una borsa di studio per uno studente meritevole. Abbiamo iniziato in questo modo perché vogliamo valutare quanti studenti-atleti siano interessati al progetto: ovviamente, tutto potrà essere ampliato in futuro. Guardiamo soprattutto ai risultati internazionali e alle prestazioni fornite alle Universiadi: nell’ultimo torneo abbiamo portato a casa una medaglia d’argento grazie alla schermitrice Eleonora Orso. Sarà lei ad aggiudicarsi la prima borsa di studio, risultando la più meritevole in base ai nostri criteri. L’altra tipologia di progetto riguarda tutti quegli studenti che non avranno diritto a questo riconoscimento, a loro verranno messi a disposizione dei tutor per guidarli al meglio nel percorso di studi. Avranno, inoltre, la possibilità di accumulare crediti formativi e di ricevere pieno supporto per l’accesso alle strutture sportive, usufruendo gratuitamente di tutto il necessario nelle tre sedi di Novara, Vercelli e Alessandria”.

Il titolo dell’incontro comprende anche il termine “inclusione”. Quali misure adottate per promuoverla? “Garantire agli studenti la possibilità di frequentarsi e avere parità di trattamento, che pratichino sport o meno, è una delle nostre priorità. Speriamo che questo messaggio possa fungere da stimolo per i ragazzi che verranno: vogliamo continuare a dare a tutti la possibilità di seguire le proprie discipline preferite, affiancandole sempre al tempo dedicato allo studio. Inoltre, stiamo lavorando a un progetto che includa le attività paralimpiche, ci piacerebbe che il nostro ateneo accrescesse ulteriormente il proprio spirito di inclusività. C’è ancora molto da fare sotto questo aspetto, ma è nostra ferma intenzione fare di tutto per rendere reale questa aspirazione”.

In che modo il programma garantisce inclusività anche per gli atleti che praticano discipline meno diffuse o per gli atleti con disabilità, assicurando loro il medesimo livello di supporto? “Siamo convinti che questo progetto debba comprendere ogni aspetto dell’inclusione, tutti devono avere la possibilità di seguire la propria strada e di costruirsi il futuro desiderato. Ci stiamo impegnando alacremente per far diventare il nostro ateneo un “Healthy Campus”, con l’obiettivo di ottenere la certificazione in tutte e tre le sedi. Uno dei punti cardine del nostro “Piano Strategico 2024-2030” riguarda proprio l’abbattimento delle barriere architettoniche. Su questo l’università è all’avanguardia, siamo tra i pochi in Italia in cui ogni spazio è totalmente accessibile agli studenti con disabilità. Ci batteremo molto su questo tema, abbiamo già diversi studenti che frequentano le nostre strutture e vogliamo garantire loro le migliori condizioni possibili. Durante la presentazione del progetto era presente anche la nostra squadra di rugby di Alessandria, facente parte del CUS. La nostra apertura è totale e vorrei specificare un aspetto: quando parliamo di disabilità spesso pensiamo solo a quelle fisiche, ma esiste un numero importante di studenti con disabilità intellettive. Questi ragazzi affrontano gli studi con immenso impegno e spirito di sacrificio, li ammiro molto e faremo di tutto per fornire loro il supporto necessario”.

A maggio, il Piemonte Orientale ospiterà la 79ª edizione dei Campionati Nazionali Universitari, con il CUSPO come ente organizzatore del più importante appuntamento sportivo accademico d’Italia. Sono attesi circa 3.000 studenti-atleti, pronti a sfidarsi in 14 discipline. Cosa devono aspettarsi i protagonisti di questo evento e quale sarà il “fiore all’occhiello” di questa organizzazione? “I protagonisti dovranno aspettarsi qualcosa di diverso, nulla a che vedere con le edizioni passate. Abbiamo strutturato il torneo su tre sedi, un punto molto a cuore al nostro rettore, il quale desiderava il pieno coinvolgimento di tutti i poli. Nessuno prima di noi ci aveva mai provato, siamo i primi a distribuire il campionato in questo modo. Ci teniamo a fare bella figura e a organizzarci al meglio. Novara sarà il “cuore pulsante”: grazie ai suoi ampi spazi, la maggior parte delle squadre risiederà sotto la Cupola. Sempre a Novara si terranno sia la cerimonia di apertura che quella di chiusura. Inoltre, si svolgeranno gare di atletica presso il campo “Andrea Gorla”, struttura che da settembre è sotto la nostra gestione in collaborazione con la FIDAL provinciale. Questo programma non dovrà essere dispersivo, bensì un vantaggio. La possibilità di spostarsi da una città all’altra è un modo per interagire con gli abitanti e creare quello spirito di unione e rispetto che permette di crescere con una visione più aperta. Mi rendo conto che ci attende una sfida impegnativa, ma vogliamo procedere in questa direzione con grande determinazione. Oltre all’attenzione per gli studenti-atleti, vogliamo mettere in contatto le tre province, ognuna delle quali ospiterà attività specifiche, inclusi eventi dedicati all’inclusione e alla pratica sportiva per atleti con disabilità”.

Dalla costituzione del CUSPO nel 2011, lei ne ha sempre ricoperto la carica di presidente. La costante riconferma nei vari mandati è il segno evidente del lavoro che sta portando avanti e dei risultati ottenuti. Qual è il suo metodo di lavoro e come riesce a dare vita a iniziative sempre stimolanti e mai divisive? “Prima di rispondere alla domanda, vorrei precisare un aspetto legato ai mandati. Ricopro la carica di presidente da 15 anni e questo sarà il mio ultimo incarico. Sono stata una delle prime promotrici del limite di due mandati consecutivi, credo che ogni ciclo abbia bisogno di un ricambio. Per questo tipo di posizione mi considero ormai “storica”, è necessario inserire dei giovani all’interno del direttivo che prendano in mano la situazione: c’è bisogno di un cambio generazionale. Tornando alla domanda, mi sono sempre lasciata trascinare dagli stimoli e dalla voglia di fare passi in avanti insieme a tutti gli altri. In questi anni ho sempre avuto pieno appoggio, tutto questo mi ha spinta a dare sempre il massimo, segno che stessi lavorando con criterio e che le mie idee fossero supportate da intuizioni solide. Alla base di tutto, però, c’è la passione: ricopriamo ruoli istituzionali e non siamo retribuiti. Inoltre, resterò sempre legata all’università, il luogo in cui sono cresciuta. Mi sono sempre sentita in sintonia con i rettori che si sono succeduti. Il nostro è un cammino di crescita costante, volto a fare qualcosa di meglio per le nuove generazioni. C’è sempre una nuova sfida all’orizzonte, qualcosa da aggiungere e collaudare. Gli obiettivi sono sempre diversi e interessanti e ogni rettore mi ha instillato un insegnamento prezioso”.

La pandemia da Covid-19 ha lasciato una scia di profonda tristezza, costringendo molti a riconsiderare i propri progetti di vita. In quegli anni, l’isolamento ha rappresentato un ostacolo quasi insormontabile per chi, come voi, vede nell’inclusione la propria missione principale. Come avete affrontato quel periodo e quali strategie vi hanno permesso di superarlo, uscendone più forti di prima? “Per la prima volta dopo il Covid, solo l’anno scorso siamo riusciti a tornare ai livelli di tesseramento pre-pandemia. È occorso del tempo per recuperare quel divario, ma la crescita costante dei numeri ci ha permesso di guardare al futuro con ottimismo. Le nostre strutture sono rimaste quasi sempre operative, nel pieno rispetto delle normative vigenti. Abbiamo cercato di mantenere attivi i corsi dov’era consentito, privilegiando in particolare le attività all’aperto. Subito dopo l’emergenza, abbiamo avviato un progetto mirato con le associazioni del territorio, per offrire agli studenti l’opportunità di riprendere immediatamente con lo sport. Attraverso un programma specifico, li abbiamo accompagnati nel ritrovare gradualmente il contatto con l’esterno e la fiducia nei propri obiettivi. Il vero successo è stato vedere tornare all’attività tutti quegli studenti già iscritti prima della pandemia: siamo ripartiti da loro, assecondando ogni richiesta. Successivamente, abbiamo scelto di integrare nel nostro programma attività che il periodo del Covid aveva incentivato, come l’uso dei dispositivi elettronici. Abbiamo voluto sfruttare questi strumenti per dare vita ai tornei di e-sport: un modo alternativo ai canali convenzionali per avvicinare i ragazzi e favorire la socializzazione. Quando non era possibile far uscire gli studenti dall’ambiente universitario, eravamo noi a raggiungerli per arricchirli con nuovi valori e prospettive”.

Oltre alla presidenza del CUSPO, lei è anche maestra di spada e ha accompagnato gli schermidori italiani in varie Universiadi. Grazie alla sua esperienza da atleta e da tecnico, quali sono i principi fondamentali per far crescere i giovani d’oggi nella maniera più rispettosa e salutare? “Prima di tutto bisogna cercare di appassionarli, credo in questo fattore. Per crescere nel modo migliore possibile devi possedere entusiasmo e voglia, grazie ad ambienti sani e idonei al percorso di crescita. Puntiamo molto su questo, a partire dagli istruttori stessi. Vogliamo che i maestri siano i primi facilitatori del miglioramento dei ragazzi, devono possedere le giuste caratteristiche per lavorare con risultati concreti. Siamo una realtà dinamica, vedere i ragazzi che partono come studenti e diventano poi istruttori è per noi il più grande successo. Mi rivedo molto in questo percorso, essendo partita come studentessa per poi diventare maestra di spada. Vorrei tanto che i genitori ascoltassero di più i loro figli, cercando di capire cosa desiderano e cosa cercano dalla loro vita. Bisogna assecondare i loro desideri, questo aumenta stimoli e interesse. Poi la “palla” passa a noi istruttori: abbiamo le capacità per farli crescere serenamente e aiutarli a trovare la loro strada”.

Vedere un coetaneo partecipare alle Olimpiadi invernali, magari con qualche medaglia già appesa al collo, potrebbe risultare “frustrante”. In che modo il progetto “Dual Career” permette agli studenti di non rinunciare alle proprie passioni e di costruirvi un solido futuro professionale? “A mio avviso, questi esempi possono fungere da stimolo. In queste Olimpiadi molti atleti arrivati a medaglia hanno un’età superiore rispetto ai nostri ragazzi: questo dimostra che nulla è lasciato al caso e che l’impossibile non esiste. In Italia abbiamo un’alta percentuale di atleti laureati, un dato in costante crescita negli ultimi anni. Lo sport è vita: ci insegna a non mollare e ad andare sempre avanti. Bisogna essere ottimisti, credere di farcela e resistere nei momenti difficili. Stiamo vivendo un periodo sportivo molto significativo, in cui sono alla ribalta discipline che un tempo non erano valorizzate. Purtroppo, l’Italia è stata a lungo un Paese in cui il sistema universitario ha faticato a supportare i propri atleti: è questo l’aspetto frustrante, non il confronto con chi raggiunge il successo. Il progetto “Dual Career” dev’essere uno stimolo per continuare a crescere, praticando il proprio sport preferito e ottenendo, al contempo, ottimi risultati nello studio. Bisogna sempre costruirsi più strade per progettare il futuro: farlo nel luogo più idoneo è il giusto viatico per decidere il proprio destino con lucidità e consapevolezza”.


Grazie ad Alice Cometti per la disponibilità nel concederci questa intervista. A lei va un grandissimo “in bocca al lupo” per i progetti futuri, da parte di tutta la redazione del sito.

Servizio di Alberto Battimo

 

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