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Il “novarese” Domenico Volpati vaccinatore volontario


Di redazione vanovarava.it

Domenico Volpati, 70 anni il prossimo 19 agosto, sta vivendo la sua “terza vita”. Originario di Novara, nelle prime due è stato calciatore di altissimo livello, poi dentista con studi a Cavalese, in Trentino e, soprattutto, a Termeno. Infatti, in Alto Adige ha esercitato per 28 anni prima di andare in pensione nel 2019. A partire dal 6 aprile, però, il “Dottore” scenderà ancora una volta in campo per quella che oggi è la partita della vita: battere il Coronavirus. Volpati, infatti, si aggregherà agli altri volontari per somministrare i vaccini anti-Covid nel centro allestito sul Lago di Tesero. “Essendo ancora iscritto all’Ordine dei medici, mi è sembrato assurdo non mettermi a disposizione. Mi sono proposto perché lo ritengo un dovere civico. Io stesso ho già fatto anche il richiamo per la seconda dose di Pfitzer”, esordisce.

Se gli si chiede quale sia l’eredità più importante che gli ha lasciato il calcio, Volpati non ha dubbi: “Non sono le vittorie e lo Scudetto ma l’amicizia con i miei compagni di squadra. Tricella, Fanna, Fontolan, Elkjær, Briegel… li sento almeno un paio di volte al mese e più passano gli anni, più il nostro rapporto si cementa perché sappiamo cos’è il senso di appartenenza, l’importanza di aver condiviso tutti i giorni una parte importante delle nostre vite e lo spogliatoio”.

Volpati è però anche un uomo che ha saputo guardare oltre al pallone e quando è arrivato il momento di appendere gli scarpini al chiodo ha portato a termine gli studi in medicina e chirurgia a quarant’anni. Una vera rarità nel mondo del calcio per quei tempi. “I miei genitori hanno sempre voluto che i loro figli studiassero, tanto è vero che mio fratello Umberto (scomparso nel 2017), anche lui calciatore professionista nelle file del Novara, si è laureato in ingegneria, mentre mia sorella ha preso il diploma all’ISEF di Milano - ricorda Volpati - Quando ero alla Solbiatese, poi, mio padre pose la condizione che venissi ceduto ad altre squadre solo nel caso avessi conseguito il diploma”.

Il calcio gli è rimasto nel cuore ma quello di oggi, ormai diventato più spettacolo che sport, spesso lo annoia: “A volte devo inchiodarmi alla poltrona per non cadere addormentato e posso giurare che non è colpa dell’età - scherza - Il nostro, era un calcio diverso, più verticale. Le marcature erano una partita nella partita e i calciatori non erano inavvicinabili come oggi. Ai miei tempi, la porta dello spogliatoio era un confine invisibile e i giornalisti ci entravano senza problemi, cosa oggi impensabile. Peggio essere alle prese con un ascesso o marcare Maradona? L’ascesso lo puoi curare con l’antibiotico mentre Diego non potevi marcarlo da solo. Era imprendibile e ti anticipava sempre”.

redazione vanovarava.it

 

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